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sabato 2 gennaio 2016

ALMAS DE MIS TALLERES: MARIA GIULIA ALEMANNO torna a LA HABANA VIEJA con una mostra fotografica


Ragazza in Calle Mercaderes davanti a Yemaya e Ochun
Gennaio 2010


ALMAS DE MIS TALLERES

Una mostra fotografica di 


MARIA GIULIA ALEMANNO



8 - 24  gennaio 2016


MUSEO CASA DE ÁFRICA
de la Oficina del Historiador de la Ciudad de La Habana


Obrapia No. 157 e/ San Ignacio y Mercaderes 

LA  HABANA VIEJA


Cuba

inaugurazione martedì 5 gennaio, ore 11.00

orari:
da martedì a sabato 9.00 - 17.00
domenica 9.00 - 13.00 

A cura di:
Museo Casa de África
 
Associazione Culturale onlus Elegguà, Torino
in collaborazione con: 

 Federico Brandazzi - Foto 1ne, Crescentino (Vercelli)

Info:

Casa de África:  +537  861 5798
africa@cultural.ohch.cu
Associazione Culturale onlus Elegguà: +39 347 6793929





Uomo con Eleggua - gennaio 2010


Maria Giulia Alemanno, l’artista italiana che ha saputo  interpretare e diffondere lo spirito della Santería, la religione sincretica di origine africana presente in area caraibica, torna ad esporre al Museo Casa de África di La Habana Vieja  in occasione del XX Taller de Antropología Afroamericana organizzato dallo stesso museo che quest'anno festeggia il trentennale della sua fondazione . Un evento di importanza internazionale che, in concomitanza con la nona edizione del Festival de Oralidad Afropalabra, riunisce nella capitale cubana ricercatori, artisti, narratori orali provenienti da ogni parte del mondo per un fitto programma di iniziative disseminate nei luoghi più suggestivi della città. 

Abbandonate per una volta le tele e i pennelli, Maria Giulia Alemanno in ALMAS DE MIS TALLERES  ripropone attraverso la fotografia l’atmosfera e l’intento dei vari convegni a cui ha partecipato, non già  austeri seminari per addetti ai lavori ma emozionanti proiezioni verso l’esterno e verso la gente che, con straordinaria creatività, diventa  a sua volta protagonista.  
                                       
Si tratta di un mosaico di 90 ritratti saturi delle luci dei tropici, istantanee di figure che l’artista ha incontrato in vari anni  lungo le strade di La Habana Vieja durante la festa del Cabildo, quando ad ogni 6 gennaio, si torna a rievocare l’effimera libertà concessa un tempo agli schiavi di origine africana nel Día de Reyes. Elegguá, il dio bambino vestito di rosso e di nero che apre e chiude  le porte del destino, si accompagna alle altre divinità dell’olimpo Yoruba: Yemayá, in bianco e azzurro, Ochún in giallo oro, Oggún, nei toni del verde, Changó, rosso e bianco, Oyá Yansá cangiante di mille colori. Ma ci sono anche personaggi nei costumi patchwork dei diablitos Abakua, figuranti nei panni di dame spagnole e sacerdoti, ragazzi vestiti da campesinos, variopinti artisti di strada ammiccanti dall’alto dei trampoli. E al centro di tutti Adelaida, la storica reina, figura notissima a L’Avana, signora indiscussa della festa, fiera e misteriosa, carica di collane santere. Di ognuno di loro Maria Giulia Alemanno coglie soprattutto l’intensità dello sguardo, quasi a voler sfogliare un album di ritratti interiori, ritratti di anime appunto, ottenuti senza alcun compiacimento estetico nè filtri, nè  programmi di fotoritocco. L’anima deve svelarsi così com’è,  nella sua nuda essenza.

La sequenza è scandita dai volti di figure che hanno avuto un ruolo fondamentale nella straordinaria avventura dell’artista italiana a Cuba, dove dal 2004 ad oggi  ha esposto in undici mostre personali, tra cui "Mis Orishas" al Museo Alejando de Humbold e "Yemayá y sus siete caminos" alla Casa Museo de la Obra Pía di L’Avana.  Ricordiamo in particolare, insieme al pittore Antonio Canet,  Alberto Granado Duque, il direttore del Museo Casa de África che ha fin da subito creduto al valore interculturale della ricerca di Maria Giulia Alemanno, Lázara Rodríguez Alemán, giornalista battagliera, Rafael Suao Lazu, animatore del Taller de Papel Artesanal,  Francisco Gordillo, visionario pittore di Santería, Mirta Portillo Barnet, narratrice di storie fantastiche, il critico d’arte Massimo Olivetti che l’ha sempre seguita ed incoraggiata, Gian Luigi ed Alessandro Nicola, i restauratori italiani che hanno montato le grandi tele di Yemayá alla Obra Pía, lo scenografo Gino Pellegrini con cui nel 2010 ha realizzato la performance "Entre tierra y cielo. Canto pictórico a los Orishas" nella cornice coloniale della Plaza Vieja. 
ALMAS DE MIS TALLERES, visitabile dall' 5 al 24 gennaio 2016, è dedicata ad Alberto Granado, il miglior amico di Ernesto Che Guevara, che continua a vivere nel cuore di Maria Giulia Alemanno come un padre amato ed un prezioso modello di ideali e di vita. 



mercoledì 18 giugno 2014

OCHUN E IL DESIDERIO DI NORMALITÁ



OCHÚN: Tú y yo unidos 
  tecnica mista su carta Fabriano - 2010 
Maria Giulia Alemanno ©

Per la prima volta nella sua infinita esistenza, Ochun si trovò a pensare che le sarebbe piaciuto accasarsi. Con Changó, naturalmente, il re di tutti gli amori, l’unico fra tutti gli dei che l’aveva fatta sognare. Bello, macho e forte come nessun altro, amante instancabile, guerriero invincibile. L’aveva tradita mille volte e altrettante lei lo aveva ricambiato. Ben si sapeva nell’Olimpo Yoruba che la loro era una storia burrascosa, un groviglio di passioni, liti, fughe e rinnovate tenerezze e nessuno avrebbe mai scommesso  neppure mezzo centavo su una loro convivenza, destinata di certo a durare quanto il battito d’ali di una fragile mariposa. 

Eppure quel pomeriggio d’estate qualcosa di strano era successo in lei quando,  entrata in una grande salone della vecchia Avana dalle vetrate variopinte aperte su un patio saturo d’ azzurro, aveva intravisto  su un muro in penombra  un graffito inciso chissà da chi e chissà quando:

Tú y yo unidos

In altri momenti non ci avrebbe fatto caso ma questa volta una specchiera dorata impietosamente  le rivelò che il tempo passava anche per lei, piccolissime rughe le segnavano i lati della bocca e gli occhi color del miele avevano perso un poco della loro luce misteriosa . Capita a tutte, anche alle dee, di perdere la sicurezza nel proprio fascino, di dubitare, seppur per un attimo, della propria avvenenza.
Decise dunque di consultare, come una habanera  qualsiasi, un vecchio babalawo che viveva in due minuscole stanze in Calle Infanta , niente a che vedere con il salone coloniale, ricco di delicate pitture murali e di arredi scuri. l muri erano sbrecciati ed umidi, la presenza del sole  inesistente, i mobili poveri, le poltrone logore ma sull’altare dedicato agli orishas era un trionfo di fiori multicolori, come se la ricchezza della natura avesse voluto imporsi sui beni materiali.
 
Sono qui per una consulta - disse Ochun e gli parlò del suo improvviso desiderio di normalità.
 Lui la invitò a sedersi ed iniziò il rituale. Prese il tablero de Ifà e, gettando  i gusci del cocco,  iniziò la divinazione. 
Ci pensò subito il piccolo Eleggua a chiarire le idee alla Bella tra le belle:

“Tú y yo unidos”
non significa certo
“tú y yo casados”.

Torna ad amare senza legami - le consigliò il babalawo - non tradire la tua natura.
Sei la dea della libertà, non potresti mai chiuderti tra quattro mura in attesa che Changò torni. Perchè nemmeno lui, ricordalo, ti sarebbe a lungo fedele. Che senso avrebbe dunque rovinarvi insieme la vita?

Ochun uscì risollevata. In fondo le pesava l’idea di una nuova esistenza scandita da ritmi regolari, monotona, opprimente, ogni giorno uguale a se stessa.
 In strada ballavano una rumba sfrenata.
Entrò nel gruppo e, roteando il bacino, si mise a danzare fino a quando anche la luna non si stancò di brillare.



sabato 31 maggio 2014

SANTERA DI YEMAYÁ E DEL MARE VIOLA


Maria Giulia Alemanno: SANTERA DEL MARE VIOLA, 
tecnica mista su carta Fabriano
2007


MARÍA SOLEDAD, 
SANTERA DEL MARE VIOLA

Uscì in piena notte dalla sua casa di calle de la Obra Pía María Soledad, da sette inverni santera di Yemayá. Sette come il numero magico della dea, sette come le balze della sua gonna d’acqua e di spuma, sette come le perline alternate della sua collana e sette come gli anni di Yasmina, nata dall’amore tormentato di Maria Soledad con Pedro Torres, anche lui santero, ma di Changó, dunque tanto forte quanto infedele.
 
Non poteva negarlo. A volte un poco ancora le mancavano le  braccia d’ebano e gli occhi acquosi dell’uomo che l’aveva sedotta danzando per lei, solo per lei sotto la luna, rumbe sfrenate e sensuali tra le palme  reali e le ceibe magiche del  Bosque de la Habana. Ma la burrasca della passione aveva presto lasciato il posto alla calma desolata della bonaccia.  E per María Soledad erano stati giorni e notti di silenziosa disperazione, di pianti tanto tristi da non meritare neppure il conforto delle sue stesse lacrime.
Quando finalmente dopo mesi, forò il bozzolo del proprio dolore si trovò a camminare, quasi zoppicante, in calle Obispo, ignorando  la  vita che le brulicava intorno, il continuo intrecciarsi di passi e di sguardi, i profumi dei fiori dei venditori ambulanti, gli odori del pollo e del  porco cucinati  nelle bottegucce affacciate sulla strada, il canto delle cocorite e dei pappagallini in gabbia. Nulla. Mai più avrebbe creduto che sarebbe riuscita a guardare, senza tristezze e rimpianti, la luna.
 
Ma quella notte il vento s’insinuò improvviso dalla finestra, utilizzando i vetri a soffietto come i tasti di un pianoforte per invitarla a guardare di nuovo l’orizzonte e il mare. 
Il mare aveva per l’occasione indossato per lei tutte le sfumature del viola di Babalú Ayé, l’Orisha che più conosceva il peso della sofferenza, per dirle che la natura  tutta le era vicina. Così almeno le parve, specie quando s’accorse che la luce della luna stava dipingendo sulla superficie dell’acqua una scia di piccole lacrime.
“Gli orishas stanno piangendo al posto mio -pensò - per sciogliere totalmente il mio dolore. ” E pian piano, sola sul Malecón, iniziò a danzare.

Maria Giulia Alemanno