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mercoledì 18 novembre 2015

MARE DI TERRA


 Maria Giulia Alemanno © Gorgonia
 ceramica smaltata 
2015

Ecco cosa accade quando il mare incontra la terra.
La gorgonia è ora albero carico di brina 
in un cielo sempre più blu.
Sono in fondo le piccole cose a svelarci
la meraviglia.



giovedì 26 marzo 2015

RITORNO A PIENZA: PITA, la mostra antologica di PATRIZIA DEAMBROGIO e la Wunderkammer di DINO CUSANNO all'ex CONSERVATORIO SAN CARLO


Patrizia Deambrogio: frammenti a Pienza
acquerello su carta

PITA

una mostra antologica
di Patrizia Deambrogio
+
la Wunderkammer di Dino Cusanno

 a cura di

Maria Giulia Alemanno

Francesco Cusanno

Angioletta Deambrogio

Massimo Olivetti

3 aprile – 3 maggio 2015

ex Conservatorio San Carlo

via San Carlo, 3

PIENZA (Siena)

inaugurazione venerdì 3 aprile, 17.30

con il Patrocinio del Comune di PIENZA
ed il supporto di
Associazione Letteraria Stefano Tuscano
Associazione Culturale Onlus Elegguà
Il Magico Teatro
in catalogo testi di
Emanuele Demaria, Sindaco di Conzano
Maria Giulia Alemanno
Francesco Cusanno
Massimo Olivetti
Fabio Pellegrini
riproduzioni fotografiche e progetto grafico di
Chiara Catellani
orari
sabato e domenica: 10 -12 / 15 -19
altre visite sono possibili su appuntamento
ingresso libero

info:
facebook.com/pitamostra
tel. 347 6413200 – 340 9050571


Patrizia Deambrogio: Via Gozzante a Pienza
acquerello su carta                                                     

“La parola che pù sento vicina a definirla è poetessa, una poetessa che cercava di dipanare i fili del proprio essere dentro una trama pluridimensionale. Guardava la Luna dentro il pozzo e si stupiva che pur cosÏ vicina fosse irraggiungibile. Così si può capire come non fosse possibile per lei sottostare ad una sola forma espressiva, ad un’unica tecnica, ad un solo linguaggio”.

Massimo Olivetti, critico d’arte.

“Patrizia sviluppò a Pienza una attenzione nuova al paesaggio, che aveva qualche cosa di profondamente religioso nel senso etimologico della parola. Un legame cioè sentito prima di tutto come occasione di incontro poetico prima che di ricerca estetica.
Questa mostra documenta tutto questo prima di ogni altra cosa. Ma la scelta di portare a Pienza e di sviluppare la mostra ‘Pita’, tenutasi a Conzano (AL) l’anno scorso, è nata soprattutto dal fatto e dalla necessità di riproporre oggi a Pienza il lavoro appassionato di questi due cari amici scomparsi prematuramente, lavoro in cui ci siamo riconosciuti tutti noi in quelli che mi piace chiamare ‘i nostri anni’ .

Fabio Pellegrini, professore ed amico.


Pienza (SI) nell’ex Conservatorio San Carlo Borromeo, grazie alla volontà dell’Associazione Letteraria Stefano Tuscano, si accoglie dal 3 aprile al 3 maggio 2015una mostra antologica di Patrizia Deambrogio, per tutti Pita. E PITA non poteva che essere il titolo dell’esposizione, la sintesi del percorso, breve ma intenso, di un’artista che ha saputo raccontare con le tecniche più disparate la fragilità dei nostri tempi, filtrandoli attraverso la lettura disincantata delle proprie inquietudini e dei propri sogni.

Torino, Milano, Pienza e la Val d’Orcia, Casale Monferrato sono state per Pita tappe fondamentali, snodi d’esistenza. Ed è seguendo questo percorso che si articola la mostra voluta dall’associazione letteraria Stefano Tuscano di Pienza, dopo averla vista a Conzano Monferrato dove ha goduto di un grande successo di pubblico e di critica. E’ un viaggio a ritroso compiuto con lei e grazie a lei, tra segni e colori, carte trasparenti e sovrapposte, tele grezze, materiali di recupero utilizzati con estrema levità ed eleganza. Pita riusciva a dare dignità ad una tessera di mosaico, ad uno spartito strappato, ad un chiodo arrugginito. Non collezionava, raccoglieva. E lo faceva in modo sistematico, privilegiando ciò che gli altri avrebbero scartato. Come dal cilindro del prestigiatore estraeva da scatole e cassetti pochi elementi, li assemblava e ne faceva un’opera, spesso accompagnata da brevi pensieri mai descrittivi, sempre integranti. Pienza e la val d’Orcia sono così spesso presenti, sotto forma di frammenti o di disequilibranti ritratti.

I molteplici linguaggi di Pita riproposti nelle stanze del Conservatorio comprendono – e non è che un elenco sommario – i fogli che indagano ora con ironia, ora con amarezza, il rapporto uomo – donna, le tavole della “Settima Luna” ispirate alla canzone di Lucio Dalla, la tenera favola del Porcospino, le scatole che ospitano storie surreali sospese su tele quasi astratte, le sirene dalla coda bifida, ispirate dai bassorilievi della Pieve di Corsignano sotto Pienza, simbolo di un femminile diviso tra istinto e ragione, i quadri dei tavoli e delle teiere volanti, le tele verticali, cosÏ essenziali da escludere persino il telaio.

La mostra pientina viene integrata di una stanza viva, una wunderkammer in cui verrà ricostruito in modo concettuale lo spazio creativo cha ha dato vita a molte opere o parti di esse e che ha un rapporto diretto con Pienza, essendo la bottega della ceramica del marito Dino Cusanno, parte indivisibile della vita e delle opere di Patrizia.

La mostra ha inoltre una sezione multimediale, in cui verranno proiettati il primo lavoro video di ricerca di Patrizia sui muri a secco di Pienza e due libri illustrati sfogliati virtualmente, altrimenti di difficile consultazione per il pubblico, oltre ad un documentario sugli anni pientini della coppia.

Per meglio conoscere Pita si consiglia di entrare nel blog, ideato da Francesco Cusanno,autore del testo “Mia mamma era un’artista”:pitadiario.tumblr.com
Si tratta non solo di un viaggio attraverso la mostra ma di un’avventura destinata a continuare.



mercoledì 11 marzo 2015

ANEMONI DIPINTI PER LA "SIGNORINA" BIANCO









Anemoni su piatto di ceramica, 1965
 dipinti durante l'ora di Economia domestica.
Scuole Medie di Crescentino (Vercelli) 


Ci sono persone che più di altre appartengono all’anima collettiva di un paese e, quando se ne vanno, chi le ha conosciute sente allontanarsi una piccola parte di sé. Rita Bianco era una di queste. Insegnante di molti, amica di tutti.
Nonostante si fosse sposata ed avesse avuto un figlio, per me è sempre rimasta la signorina Bianco, come la chiamavo quando era la mia professoressa di Economia domestica alle Medie di Crescentino. Ho di quel periodo un ricordo tenero ed intenso, consapevole di quanto quell’andare a scuola con gioia abbia influenzato il  percorso della mia vita.
La mia classe, tutta femminile, era accompagnata e seguita da un gruppo di docenti coesi e straordinari. Si chiamavano Nella Gozzola, Piero Bosso, Bianca Villa. La prima, severissima ma ironica e divertente, ci insegnava  Lettere, Latino e  Storia, il secondo, artista a tutto tondo, ci contagiava con il suo immenso amore per l’Arte, la terza, bella come Grace Kelly, era la nostra elegante professoressa di Ginnastica. E poi c’era lei, la signorina Bianco, calma, rassicurante, discreta. Economia domestica l’avevamo al pomeriggio  ed erano ore rilassanti destinate ad apprendere sempre qualcosa di utile. 
Erano gli anni sessanta e, nonostante i miraggi del boom economico, la gente credeva fortemente alle regole del recupero, retaggio, oltre che della saggezza contadina,  dei tempi bui della guerra. Ci si pensava due volte, anzi tre, prima di buttare qualcosa, sicché le nostre famiglie erano felicissime che anche a scuola ci insegnassero ad attaccare un bottone, cucire un orlo, fare le presine con la lana d’avanzo.  La signorina Bianco, che al buon senso sapeva unire una grande creatività,  aveva il dono di rendere belle anche le cose più modeste. “Avete in casa un pezzo di tela?- chiedeva -Bene, ne facciamo un asciugamano o una tovaglietta per il tè. Tu lo finisci con un orlo a giorno, tu lo ricami a punto croce, tu a punto erba, tu a punto catenella…” Ecco fatto. Ognuna di noi, con poco o niente, grazie a lei, riusciva a fare qualcosa di originale. Ed anche gli sbagli venivano serenamente recuperati.   
Al mercato  o forse nello storico negozio di Pistochini, mia madre e la zia Lidia, avevano comprato della stoffa a quadretti: bianca e azzurra per me, bianca e rossa per mia cugina Ina (tre mesi di differenza tra noi, dunque stesse classi  dall’asilo alle medie). L’intenzione era di farne due vestagliette. La signorina Bianco ci spiegò come tagliarle sul cartamodello, poi come imbastirle, provarle, se era il caso riprenderle, finalmente cucirle. Eravamo esaltate, ci sentivamo già sarte provette e chiedemmo di poterle portare a casa per continuare il lavoro da sole. Ce lo concesse. Il giorno dopo, folgorate da irresistibile illuminazione, in assoluta sintonia, decidemmo di abolire "le pinces". Zac… zac… e due orrende voragini si aprirono proprio sul davanti, improponibili, irrecuperabili.
A scuola la signorina Bianco non fece una piega: “Pazienza- disse con la solita calma- le trasformiamo in grembiuli”. E furono gli stessi, con la pettorina,  che vedemmo girare in casa per anni.
Ci insegnò anche a tenere i conti della spesa – cosa impraticabile oggi – a montare la panna e a fare la torta margherita. Già… Margherita era il suo vero nome, in omaggio alla nonna, la mitica Garetin, una donnina sempre vestita di nero nel suo negozietto a metà tra la merceria e la cartoleria, ricavato in una vecchia casa, anche questa minuscola, affacciata su via Roma, là dove ora, mi pare,  si vendono fiori.  La Garetin era un’istituzione per i bambini delle elementari ed i ragazzi delle medie. Da lei si compravano, temperini, gomme, pennini – preziosissimi quelli dorati a forma di tour Eiffel – che avvolgeva con cura in sacchettini di carta minimali, perfettamente in linea con lo spirito del negozio. Credo che dalla nonna Garetin la signorina Bianco abbia appreso, senza troppa fatica, a praticare l’arte rara e preziosa della gentilezza.
Mi rendo conto di scrivere con nostalgia di un mondo scomparso, di una Crescentino che ormai si ritrova soltanto più nelle rare cartoline da collezione. Tutto passa ma i ricordi rimangono  come alimento basilare dell'esistenza. Chissà perché, ero convinta che in una delle foto di classe ci fosse anche la signorina Bianco. Non è così… significa che le assenze di persone speciali sono comunque percepite come  presenze che ci aiutano, anche nei momenti più difficili,  a guardare alla vita con occhi sereni. 
Ho però trovato – della serie, nulla si butta se ha un senso - un piatto di ceramica ormai sbrecciato su cui lei mi aveva insegnato a dipingere a terzo fuoco, avvicinandomi per prima ad una passione che ho poi sempre coltivato. E’ con l’immagine di quegli anemoni ingenui che voglio salutarla: fiori semplici che  sbocciano a primavera, simbolo della sua  commovente delicatezza.

Un abbraccio di grande affetto e grazie, grazie di cuore, cara signorina Bianco.

Mariella (come mi chiamava lei)